Cane e Padrone

 


UN PARENTE AL GUINZAGLIO
di Danilo Mainardi
(Da “Il Sole 24 Ore” –Domenica 13 Luglio 2003.- n. 190 – pag.31)
Amicizie Particolari
Il rapporto cane-padrone da Omero a Thomas Mann, fino alle degenerazioni consumistiche



Cani e padroni: si può tornare indietro di quindicimila anni, perché da allora dura quest'alleanza. E si tratta di un tragitto raccontato da un'infinità di testimonianze letterarie, storiche, naturalistiche. Dai primi lupi addomesticati da cacciatori-raccoglitori, di cui ci parlano gli antropologi, al vecchio Argo di Ulisse, ai tanti cani che accompagnarono la vita e le cacce di Federico II, a quelli di Luigi XIV. II Re Sole voleva nutrirli personalmente, dormivano con lui.
E poi non si può non ricordare il cane "da pollaio" che Thomas Mann ha raccontato in Cane e padrone, secondo Lorenz la più bella descrizione dell'animo canino. E c'è il Flush, stesso nome per cane e racconto, di Virginia Woolf, c'è la segugia Perla di Renato Fucini (Le veglie di Neri). Ce ne sarebbero tantissimi altri. Ebbene, ciò che si scopre è che sempre viene descritta, pur nel variare dei tempi e degli stili di vita, la medesima alleanza, quasi una simbiosi mutualistica.
Ma veniamo all'oggi, ai nostri cani. Dobbiamo infatti considerare, e sono tristi notizie, ciò che sta succedendo ai cani-oggetto di questa nostra età consumistica e stolta. È sufficiente, per farlo, un solo riferimento letterario: il personaggio canino Rorò, descritto da Marco Lodoli in Cani e lupi. Rorò è un bassotto che, poveretto, è costretto a muoversi sempre in mezzo al cemento, tra i gas di scarico delle automobili, perennemente provvisto di guinzaglio. Lui si ribella e allora, per giunta, gli viene appioppata una museruola.
Ebbene, nella loro pur così amplia parabola temporale i tanti casi ci mostrano che, a dare fondamento al rapporto tra cane e padrone, sempre sussiste un medesimo, immutabile intreccio tra biologia e cultura.
Un patto affettivo suggellato da quell'imprinting esso stesso fenomeno biologico e culturale insieme.
Svisceriamolo, perciò, questo patto e, per far ciò, scelgo le preziose testimonianze di Konrad Lorenz e di Sigmund Freud.
Condividevano, quei geniali studiosi del comportamento, la passione per i chowchow, i leonini cani cinesi. Pochi conoscono il rapporto affettivo che Freud mantenne con quella razza orientale. Ne possedette almeno due, Lun e Jofi, e fu amico di Topsy, il chow della sua allieva Marie Bonaparte, un personaggio, tra l'altro, importante per Freud e per la storia della psicanalisi (ricordo un suo bel saggio su Poe). Importante anche per la storia del chow, perché su tale cane, anzi su Topsy, scrisse un libretto (Topsy: Chow Chow au poil d'or, Parigi 1937) che venne tradotto in tedesco nientemeno che dallo stesso Sigmund insieme con Anna Freud. Ma non è tutto; la chicca anzi è questa: una lettera che Freud spedì a Marie e che riporto per i suoi contenuti, esplicativi della qualità dell'amicizia che può instaurarsi tra un uomo e un cane. «Le ragioni per cui si può in effetti volere bene con tanta singolare intensità a un animale come Topsy (o Jofi) sono la simpatia aliena da qualsiasi ambivalenza, il senso di una vita semplice e libera dai confini difficilmente sopportabili con la civiltà, la bellezza di un'esistenza in sé compiuta. E, nonostante la diversità dello sviluppo organico, il sentimento di un'intima parentela, di un'íncontestabile affinità. Spesso, nel carezzare Jofi, mi sono sorpreso a canticchiare una melodia che io, uomo assolutamente non dotato per la musica, ho riconosciuto essere l'aria dell'amicizia nel Don Giovanni "Voglio che siamo amici"».
Quanto a Lorenz, anch'egli possedette molti chow, per buona parte incrociati con pastori tedeschi. Una vera dinastia; ne cito alcuni: Wolf, Stasi, Pygi, Susi. Nomi che si ripetevano nel tempo entro il lato canino della sua famiglia allargata, come normalmente avviene: per esempio, Wolf II, Pygi II. Erano cani che sempre accompagnavano l'etologo nelle sue passeggiate, nelle sue nuotate nel Danubio.
«... quando ne ho fin sopra i capelli del lavoro intellettuale, quando non ne posso più di dire cose intelligenti e di comportarmi come si deve, quando alla vista di una macchina da scrivere vengo colto da una nausea irresistibile, sintomi questi che compaiono verso la fine dell'anno accademico, io divento un cane tra i cani...».
Così scrive Lorenz in Canicola, il più bel racconto di L’anello di Re Salomone. Lorenz si ritira, con Susi (è di lei che parla nel racconto), dal consorzio umano. Fuggono insieme, liberi, lungo il fiume dalle rive selvagge, nuotano felici l'uno accanto all'altra. Lei caccia topi, lui impigrisce al sole. È l’amicizia allo stato brado, da lupo a lupo. È il perfetto benessere al di sopra dei processi mentali superiori, «come le cinquecento scrofe di Goethe divenute proverbiali». Confesso di non sapere nulla di questo proverbio austriaco, forse tedesco. Credo però di intuire che in qualche modo alluda alle basi naturali su cui si fonda ogni amicizia.
Un'estensione affettiva, spiega l'etologia, del senso di parentela mediato, in questo caso, da quell'imprinting che consente di scavalcare perfino le barriere di specie. Perciò quel cucciolo di lupo che per primo venne adottato, molti millenni fa, da una primitiva famiglia umana, riconobbe in essa la sua famiglia. Perciò nella specie umana scoprì un'estensione della sua stessa specie. E da allora niente è cambiato, una generazione di cani dopo l'altra, un imprinting "allargato" dopo l'altro.
II bello del possedere un cane sta proprio in questo: lui che diventa uno di noi. Che ci comunica, socialissimo com'è, i suoi sentimenti. Che collabora con noi: la guardia alla casa, la guida del gregge. Che, soprattutto, ci ama. Ed è questo che, oggi che ci siamo quasi tutti inurbati, massimamente vogliamo. Non raramente scoprendo in lui, così bisognoso di cure, così dipendente da noi, un eccellente sostituto di quel cucciolo umano sempre più spesso assente.
Questo sembra essere il nuovo ruolo che prepotentemente si fa largo tra le tante potenzialità proprie del comportamento canino. Un sostituto che, oltre tutto, la selezione ha in molte razze, le più adatte allo scopo, infantilizzato. E che amiamo nutrire, coccolare.
Una storia che dà da pensare. Prima di concluderla, però, voglio ricordare un altro elemento che rinforza l'idea, che così bene s'intuisce dalla lettera di Freud, del cane inteso come parente. Il fatto che, sempre più, prendano piede i cimiteri canini. Basta, per scoprire queste "parentele da imprinting", quanto scritto sulle lapidi. Sono pseudomamme, pseudobabbi umani che piangono i loro figlioli pelosi morti anzitempo perché la loro vita, purtroppo, è più breve della nostra. Byron fu, al proposito, un precursore. Quando morì il suo adorato terranova, fece erigere nell'abbazia di Newstead, in Scozia, un monumento alla sua memoria. Sopra vi stilò questo epitaffio: «In questo luogo / è deposta la spoglia di uno / che fu bello senza vanità forte senza ferocia. / Egli possedeva tutte le virtù / dell'uomo senza i suoi vizi. / E questa lode / che non sarebbe che una mendace adulazione / se di resti umani si trattasse / non è che un giusto omaggio / alla memoria di Boatswain / che nacque a Terranova nel maggio 1801 / e morì a Windsor il 18 novembre 1815».
D'altro canto oggi si prende seriamente in considerazione l'inserimento del cane di casa nello stato di famiglia. E sembrerebbe una buona cosa, anzi la è. Eppure la crescente tendenza all'umanizzazione, peggio ancora quella infantilizzante, da un lato ci fa perdere alcuni dei lati più gradevoli del possedere un cane, dall'altro rende infelice l'animale stesso. Perché un cane è un essere che, se ben cresciuto, è intelligente e responsabile. Sa accompagnarci libero, senza mai combinare guai, allegramente. La protettività dei padroni moderni, invece, soprattutto il limitante guinzaglio, usato sempre e comunque, stanno costruendo cani irresponsabili e iperaggressivi perché, sempre costretti, rimangono incompetenti del mondo. Del come gestire le proprie relazioni sociali; soprattutto. Con cani così, va a finire, stiamo perdendo moltissimo. Per esempio il grande piacere (Lorenz insegna), di andarcene a zonzo con il nostro libero cane. Così come s'è sempre fatto da che mondo è mondo.
Devo confessare che, a dare la botta finale al mio pessimismo sul futuro del nostro rapporto col cane, è stata la recente scoperta della messa in vendita di tapis roulant "per cani che non fanno abbastanza moto". Maledetto consumismo: non erano sufficienti le magliette di strass e le spruzzate di, per loro nauseante, confondente profumo? Poveretti quei cani che, in quest'ottica moderna, "hanno tutto". Sì, perché hanno tutto tranne quello che a loro piace.
Così si distrugge la splendida - per loro, per noi - passeggiata.
Ludica, sociale, esploratoria. I cani costretti a muovere le zampe su un pavimento scorrevole. Senza odori, senza incontri, insomma senza uno straccio di motivazione. E i loro padroni, intanto, guardano la televisione.

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