AKITA INU in arrivo: 
HACHIKO (IL TUO MIGLIORE AMICO) 
è nelle sale

 

 

 


Questo film andava fatto. Il popolo cinofilo reclama queste storie, particolarmente quando sono vere; esse ricordano a tutti il grande valore sociale e l’immensa dedizione che un piccolo cuore di cane può esprimere, sottolineano che amore non conosce barriere di specie, quando le specie sono la nostra e la loro, e rendono così immediata la percezione del legame naturale che si crea in pochi giorni, che chiamiamo “attaccamento”e che si può concentrare nel motto “un cane è per sempre”.
Tutti coloro che non hanno mai avuto un cane, che non hanno conosciuto e sperimentato, che ancora non hanno imparato a non poterne fare a meno, che non hanno ancora mai elaborato il lutto della perdita, usciranno dalle sale desiderando di prendere un cucciolo l’indomani. Un cucciolo Akita Inu, naturalmente. Così è sempre stato e sempre sarà: le razze vivono e muoiono a causa delle mode mediatiche.
E allora è meglio spendere due parole per conoscere questa razza appena un po’ più a fondo. Tanto per vedere se per una volta riusciamo a prevenire che decine di Akita adolescenti, come già i Dobermann, gli Huskies, i Dalmata e, recentissimi al top delle liste, i Chihuahua, finiscano a marcire nei canili. Anche i rappresentanti di questa razza infatti, sono ben lungi dal poter rappresentare il cane per tutti.
Il “monumento naturale” del Giappone, orgoglio della Nazione, è un tipico spitz orientale, a parte le dimensioni, inusualmente grandi per questa tipologia. Dal nostro punto di vista dobbiamo sottolineare che il temperamento, il profilo di personalità dell’Akita, è incline alla combattività intraspecifica: tendono a diventare litigiosi quando maturano. Si tratta, normalmente, di una dimensione con uno spiccato dimorfismo sessuale, ma in queste razze può non esserci inibizione a ingaggiare zuffe con individui dell’altro sesso. Il motivo di questa inclinazione è nella storia stessa dall’Akita

Originariamente il Giappone offriva cani di taglia medio-piccola, razze grandi proprio non esistevano. Dal 1603 abbiamo notizia dell’impiego, nella regione di Akita, dei cani autoctoni, chiamati Akita Matagis – spitz di media dimensione utilizzati nella caccia all’orso- come cani da combattimento. Questi diventarono tanto diffusi e popolari che addirittura venne selezionata una razza, il Tosa, a mezzo di un lungo programma di incroci tra il tipo spitz e molossoidi provenienti dall’occidente, soprattutto Mastiff ma anche Bull terrier e Alano. Nei confronti organizzati tra Akita e Tosa questi ultimi uscivano più spesso vincenti, anche date le maggiori dimensioni e peso e il sangue molosso.  Come conseguenza, fin dal 1868 iniziò un programma di incroci degli Akita Matagis con i Tosa e con gli stessi Mastiff; rapidamente la razza guadagnò la desiderata maggior mole ma vennero perdute le caratteristiche di Spitz. Cani massicci, allungati, con pesanti orecchie pendenti e coda normale. L’anima della razza era stravolta.
Nel 1908 il combattimento dei cani fu finalmente proibito e alcuni appassionati iniziarono timidamente a parlare di recupero del tipo Spitz originale e nel 1931, 9 soggetti di tipo superiore vennero proclamati “Monumento Naturale”, ben prima che in effetti il restauro fosse anche solo a buon punto. Il problema principale era quello di trovare individui che fossero spitz, con orecchie erette dirette in avanti e coda arrotolata, e che contemporaneamente avessero la taglia.
Durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) i cani vennero uccisi a migliaia per farne pellicce per le divise militari, anzi, il governo ordinò la confisca di tutti i cani con l’eccezione dei Pastori Tedeschi addestrati a scopo militare. Questo è il motivo, ben spiegato dagli storici della storia dei cani giapponesi, per cui si intrapresero incroci a tappeto con il Pastore Tedesco, che lasciava tratti dominanti soprattutto nel mantello.
Alla fine della guerra la situazione degli Akita sopravvissuti era a dir poco disastrosa dal punto di vista numerico con la popolazione ridotta all’osso grazie a animali tenuti nascosti (sia per i motivi già detti, sia anche perché decimati da un’epidemia di rabbia) che versavano per di più in pessime condizioni di salute perché non era stato possibile nutrirli e accudirli; molti erano stati anzi essi stessi considerati cibo e mangiati.
I pochi superstiti erano divisi in tre sub-popolazioni corrispondenti a tipi distinti:
1) Akita Matagi diciamo così “originali”
2) Akita da combattimento (incroci con molossoidi)
3) Akita-Pastori (incroci con il Pastore Tedesco)
Dal tipo Da Combattimento e anche dai mix con il Pastore Tedesco, esportati negli Stati Uniti, prenderà vita la variante che oggi prende il nome di American Akita, molto grande e molto massiccio, spesso pezzato con fulvo carbonato o tigrato, del quale è stato recuperato comunque il tipo spitz.


 American Akita    [AMERICAN+AKITA.bmp]

 

    Tosa                 

    
Al contrario in Giappone un gruppo di appassionati  dedicati programmarono la individuazione di animali del desiderato tipo originale, in pratica Matagi, per riuscire nello sforzo di ricostruire la razza con la morfologia elegante e l’espressione orientale.


    circa 1950  Kiyohime-Go considerata prototipo dell’Akita Inu del periodo post-bellico e simbolo della restaurazione, dal tipico mantello bianco, originale.

 


       alcuni Akita del programma di recupero


Frutto di questa fase critica, Tora-go of Ichinoseki (sire: Kin-go, dam: Tama-go), è considerato il patriarca degli Akita moderni in Giappone; con i suoi 69.7 cm al garrese e il suo pieno tipo spitz era stupefacente per chi era abituato ad associare la razza con una taglia dieci centimetri inferiore. Sempre dalle aree montagnose emersero altri nomi destinati a lasciare il segno nella storia, tra i quali Oyajiro-go (meglio noto come Yoichi-no-Shiro) che venne sistematicamente accoppiato con femmine della linea di Tora-go e Mutsu-go.


   Mutsu-go


E, qui sotto, suo padre Kappei-go (incrocio di una femmina Hokkaido con un Pastore Tedesco)

avvicinamento  al tipo presente 



tipo praticamente definito







 tipo attuale 

 
Oggi l’Akita è un cane ben allevato, per amatori, estremamente particolare sia nella morfologia che nel temperamento: piuttosto compassato come un po’ tutti gli orientali, sicuro nel suo contesto sociale, molto riservato con gli estranei; non c’è d’attendersi facile deferenza nell’assunzione delle regole mentre si può agevolmente comprendere che la combattività con i conspecifici sia un inevitabile retaggio della sua stessa storia. Soprattutto per questa ultima caratteristica, associata a una moderata predisposizione all’obbedienza e alla grande taglia può essere difficile da gestire in ambienti affollati o cittadini, dove i cani forzatamente frequentano gli stessi spazi. Recentissimi studi sulle caratteristiche del DNA dimostrano che l’Akita fa parte del gruppo di tipi molto antichi, tendenzialmente indipendenti e non spiccatamente collaborativi, personalità un po’ feline, se ci passate il termine.  Infine, per inesperti che si innamorino dell’Akita: la femmina è sempre più docile.
 

Barbara Gallicchio  

 

 

 

 

 

 

 

 


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