Archivio Etologia Applicata

 

ALEX

 

 

 

Testimonianza dell’esistenza di una mente animale il pappagallo cinerino più famoso del mondo è stato trovato morto nella sua gabbia una mattina di qualche settimana fa.
Il protagonista del cosiddetto Avian Learning Experiment –da cui il nome A.L.EX- aveva cominciato la sua storia di partner nella ricerca scientifica decisamente in sordina; Irene Peppemberg, ricercatrice americana impegnata nello studio della psicologia animale e in particolare della capacità di comprendere i simboli, era partita con un’idea semplice e cioè che il miglior non-umano da testare sull’argomento doveva essere un grande pappagallo: data la loro relativa propensione a imparare una quantità di parole, si sarebbe potuto chiedere, letteralmente, e valutare se le risposte denunciavano cognitività o semplici associazioni.
Descrisse pertanto accuratamente lo scopo della ricerca, lo studio della mente di un pappagallo cinerino africano, e chiese la sponsorizzazione del progetto alla National Science Foundation. I referee prontamente rifiutarono i fondi sull’affermazione che l’esistenza della mente non era stata provata neppure per le grandi scimmie, figuriamoci per gli uccelli, ma la Peppemberg non si perse d’animo e ripropose la richiesta definendola “esperimenti di associazionismo con una specie animale di piccola taglia diversa dal ratto”, così ottenne i fondi per uno dei più interessanti progetti nell’ambito del cognitivismo animale.
Per molti anni Irene continuò ad accumulare testimonianze delle capacità di Alex non solo di imparare parole, oltre un centinaio, ma soprattutto di saper utilizzare i simboli verbali della lingua inglese per definire le qualità degli oggetti.
Alcune registrazioni sono state trasformate in testimonianze accessibili a tutti sotto forma di documentari e così il mondo ha potuto osservare Alex alle prese con i test dove veniva messo di fronte a oltre una ventina di oggetti di varie forme, materiali e colori e rispondeva alle domande.
Lo sperimentatore prendeva un oggetto, diciamo un triangolo di legno rosso, e chiedeva “cos’è questo?” e Alex rispondeva immediatamente “triangolo”; “di che colore è?” e lui “rosso” e infine, “di cosa è fatto?” al che Alex lo prendeva nel becco un momento per poi rispondere “legno”.
Il cinerino era poi perfettamente in grado di scegliere, su richiesta, il cerchio di metallo blue o il quadrato di pelle bianca e così via, ed è oggi universalmente accettato dalla scienza che questi animali sono in grado di apprendere e utilizzare correttamente una serie di vocaboli che indicano le proprietà degli oggetti.
Ma Alex non era solo questo, era una creatura che usava il linguaggio per chiedere i suoi giocattoli preferiti, un bagno, cibi prelibati e attenzioni, chiedeva a Irene riguardo un nuovo gioiello (“cos’è?”) e soprattutto, aveva capito di essere un membro di valore del suo piccolo gruppo sociale, se infatti non veniva accontentato, iniziava subito a gridare e subito dopo a strapparsi le penne, cosa che produceva immediatamente la risposta desiderata (dimostrando di avere ben chiaro come manipolare l’ambiente).
Nel corso degli anni non solo aveva imparato a contare fino a 6 e stava lavorando su 7 e 8, ma aveva elaborato un concetto suo proprio di “zero”.
La grande personalità di Alex si è manifestata anche nel suo rapporto con i due nuovi pappagalli che si sono aggiunti al team, Wart e Griffin, era il loro insegnante e il compagno, incoraggiandoli o ammonendoli durante le lezioni.
Irene, come tutti coloro che stringono rapporti importanti con i grandi pappagalli, ne era un po’ condizionata; questi uccelli hanno bisogno del loro gruppo sociale e si legano moltissimo alle persone che se ne occupano, diventando possessivi, gelosi e aggressivi se qualcosa o qualcuno interferisce nelle loro relazioni e diventa difficile lasciarli anche quando sono affidati a persone conosciute. Così quando la Peppemberg si doveva allontanare anche per pochi giorni Alex dava non pochi problemi, incluso il temuto attaccare a strapparsi le penne. La ricercatrice confessò un giorno a un collega che avevano trovato una soluzione per questo: quando lei partiva, uno dei suoi assistenti preparava per Alex una sorta di calendario figurato, su un foglio bianco disegnava tanti quadrati quanti i giorni che lei sarebbe stata via e sull’ultimo metteva una faccina sorridente dicendo “questo è il giorno in cui torna Irene” e tracciando una croce col pastello rosso sul primo quadrato e così tutti i giorni via via fino a quello stabilito. Alex ascoltava con attenzione e non protestava affatto.
E se questo non è frutto di una mente e una chiara vittoria del cognitivismo allora i behavioristi ci spieghino cos’è.

Acquistato in un negozio di animali nel Giugno 1977 quando aveva 12 o 13 mesi, Alex è morto il 6 Settembre 2007, per cause ignote. Aveva solo 31 anni.

Barbara Gallicchio

 

 

 

IL PRIMO ESPERIMENTO MONDIALE DI SALVAGUARDIA DI UNA SPECIE SELVATICA DA PREDATORI NATURALI CON UN SISTEMA NATURALE HA DATO UN RISULTATO ECCELLENTE
di Barbara Gallicchio

...ecco emergere la superiorità del cane come ausiliare anche in campi sorprendentemente nuovi: con quanta soddisfazione ammiriamo la conferma della  storia millenaria trascorsa insieme.

Finito il periodo di prova di un mese, il censimento della popolazione dei pinguini ha dimostrato un numero triplo rispetto a quello dell'anno scorso (100 nuovi nati sopravvissuti contro 28), il test ha avuto termine perchè il cane, una femmina di Pastore Maremmano di nome Oddball, ha spontaneamente lasciato l'isola verso casa. Secondo il proprietario del cane, la nostalgia della  fattoria e del suo compagno, un maschio della stessa razza, hanno avuto la meglio sul senso del dovere dell'animale che, tuttavia, ha resistito un mese intero, durante il quale non una sola volpe è stata avvistata nel circondario. Oddball era già abituata a tenere le volpi lontane dalle galline di proprietà.
L'indirizzo futuro sarà dunque di allevare i cani nel luogo dove
dovranno lavorare come guardiani, perchè si sentano a loro agio e,
naturalmente, metterne più di uno per evitare la frustrazione
dell'isolamento sociale.
I responsabili del progetto sono rimasti stupefatti della riuscita
così brillante dell'esperimento e sono già allo studio abbinamenti di
cani su richiesta di altre riserve faunistiche sia in Australia che in
Nuova Zelanda.
Si sarebbe detto che con l'attività di pastorizia in drastico calo nel
Vecchio Mondo, questi grandi guardiani fossero destinati a scomparire o a trasformarsi in cani da compagnia,  ecco invece, ancora una volta, emergere la superiorità del cane come ausiliare anche in campi sorprendentemente nuovi: con quanta soddisfazione ammiriamo la conferma della  storia millenaria trascorsa insieme."

PINGUINI  IN  PERICOLO?
IL CANE POTREBBE SALVARLI
di Barbara Gallicchio



Nuovi eccitanti scenari si presentano quindi a tentare di correggere, come sempre in ritardo, il clamoroso errore che costituisce l’introduzione di una specie aliena in un ecosistema naturale…

WARRNAMBOOL Australia del Sud, una piccola isola molto vicina alla costa, sede di nidificazione per una specie rara di Pinguino, da alcuni anni è scenario di una semplice inesorabile tragedia: dingo e volpi con un breve tragitto favorito dalle basse maree raggiungono le spiagge e predano i piccoli inermi incapaci di volare con la facilità che ben possiamo immaginare. Il censimento traduce in crude cifre il risultato di queste incursioni, da una popolazione di circa 5.000 individui solo 5 anni fa, siamo arrivati a meno di 100.
Cercando fra quelle ancora intentate una possibile strategia d’azione, il centro studi per la protezione della fauna selvatica ha prodotto un’idea, dettata “dalla disperazione” secondo le parole testuali del comunicato, quella di utilizzare il “vecchio” sistema eurasiatico di protezione del bestiame dai predatori usando i cani, i grandi cani guardiani.
Nuovi eccitanti scenari si presentano quindi a tentare di correggere, come sempre in ritardo, il clamoroso errore che costituisce l’introduzione di una specie aliena in un ecosistema naturale (le volpi in Australia, per poterle cacciare “per sport”).
Si tratta del primo tentativo mai messo in atto per sfruttare il naturale comportamento di questa antichissima tipologia di cane da lavoro a vantaggio della fauna selvatica e, se dovesse funzionare, potrebbe essere riproposto lungo i diversi siti di nidificazione di questa specie e, naturalmente, di altre che si prestino altrettanto bene per caratteristiche etologiche.
L’esperimento è davvero interessante, permetterebbe infatti di esercitare il controllo dei predatori senza doverli uccidere, sistema che peraltro non ha mai dimostrato di offrire un certo successo neppure quando lo scopo era la effettiva cancellazione dal territorio con ogni mezzo possibile, fra cui il veleno, le trappole e i cecchini dagli elicotteri, tutti mezzi veramente disumani che hanno funzionato con i lupi, che sono grossi e vivono in branchi, ma sono fallimentari con i carnivori più piccoli, solitari o dispersi in unità minori: un esempio fra tutti, gli inutili tentativi di sterminare il coyote da molti stati nordamericani.
Per un periodo sperimentale di un mese, da metà Novembre a metà Dicembre, un pastore Maremmano di proprietà di un ranch costiero sarà messo a guardia dei nuovi nati, sperando che metta in atto gli stessi comportamenti nei confronti degli stessi predatori (cui è già abituato), se non delle stesse potenziali prede (cui certo non è). Per tutto il periodo l’isola sarà chiusa a chiunque, per evitare che il cane venga distratto da persone che cercano di interagire con lui.

 

 

 

 

CANI  PREINCAICI:  I PASTORI CHIRIBAYA
di Barbara Gallicchio

<B>Perù, mummie di cani nelle tombe dei Chiribaya</B>

...le scoperte sui Chiribaya e le testimonianze della nascita di una relazione intima interspecifica nello stesso periodo storico, sono ancora più affascinanti.


Dieci anni di scavi archeologici in alcune valli nel sud del Perù nell’ambito degli studi sulla popolazione di etnia Chiribaya hanno permesso di ritrovare molti cani, un’ottantina per la precisione, risalenti al periodo a cavallo dell’anno 1.000 D.C., sepolti nei cimiteri umani, in tombe proprie, mummificati dal clima secco desertico della zona e quindi gioielli di storia per noi.
L’antropologa Sonia Guillen, Direttore del Centro Mallqui- Fondazione Bioantropologica del Perù, ha preso a cuore il peculiare rapporto che si era evidentemente creato fra i Chiribaya e i loro cani; caso piuttosto unico nell’America pre-Colombiana questi animali non venivano sacrificati anzi, nelle tombe alcuni erano avvolti in copertine lavorate e accompagnati nel viaggio da cibo e regali. Secondo Guillen, i cani si erano guadagnati tanto rispetto e affetto servendo come abili pastori per la conduzione dei lama, fonte di sostentamento per quelle piccole
comunità.
La mummificazione  permette di apprezzarne le fattezze morfologiche e di constatarne l’omogeneità, tanto da dedurne che si tratta di una razza originale: taglia media, pelo lungo fulvo, orecchie semi-erette e coda lunga. Poiché nelle stesse valli vivono tutt’oggi cani dello stesso tipo, la Guillen intende ottenere il riconoscimento dalla Federazione Cinologica Internazionale di quella che sembra proprio una razza antica autoctona del Perù, con il nome di Pastore Chiribaya.

Occorre ricordare che i cani, nel resto dell’America del Centro-Sud, non hanno goduto affatto di simili attenzioni. Per oltre 2.000 anni i cani dei villaggi sono stati considerati primariamente come fonte di un pasto proteico. Studi sull’alimentazione di queste popolazioni dimostrano che almeno il 10% delle proteine proveniva da cani e presumibilmente, erano allevati allo scopo.
Altra funzione era quella religiosa, che ne prevedeva il sacrificio in molte occasioni, inclusa la morte di un famigliare (abbiamo moltissimi ritrovamenti di cani-feti a termine, neonati, giovani e adulti- inumati con i defunti) e la nascita di un bambino (in quest’ultimo caso il corpo del cane veniva poi seppellito nella stanza del bimbo o all’ingresso, perché potesse proteggerlo). Grazie alle ricerche di un altro studioso, Raùl Valadez, sappiamo che già 2.000 anni fa erano presenti, nel Mesoamerica, 3 tipologie di cani:
1) il cane da villaggio, omogeneo per taglia e morfologia, detto Itzcuintli (da almeno 3.500 anni),
2) la sua variante nuda, cioè senza pelo a causa di un’anomalia genetica (trico-odonto-displasia) conosciuta oggi in tutto il mondo con il nome di Xoloitzcuintli
3) la variante bassetta (condrodistrofia appendicolare) a gamba corta, Tlalchichi.
Tutti andavano incontro agli stessi destini.

Alla luce di tali conoscenze antropologiche, le scoperte sui Chiribaya e le testimonianze della nascita di una relazione intima interspecifica nello stesso periodo storico, sono ancora più affascinanti.

 

 

LA  VENDETTA  DEGLI  ELEFANTI
di Barbara Gallicchio



...difficile non partecipare empaticamente con queste incredibili creature, dovremmo essere sopraffatti dal senso di colpa, per la stessa memoria collettiva di cui siamo maestri ma che troppo spesso sembriamo ignorare.


 
È un fatto ormai assodato che, dopo una storia di pacifica convivenza durata molte migliaia di anni (da parte degli animali naturalmente) nel periodo recente si moltiplicano attacchi efferati che gli elefanti scatenano verso persone all’interno dei loro territori di residenza o di migrazione. Abbiamo l’uccisione di un ragazzo inglese in luna di miele nella riserva del Masai Mara, in Kenia, ma soprattutto abbiamo più di 300 morti per aggressione nello stato indiano di Jharkhand dal 2000 e 239 dal 2001 in Assam.
Fino a poco tempo fa, si ritenevano episodi legati alla convivenza sempre più stretta tra le due specie e alla crescente invasione territoriale da parte umana, invasione che va schiacciando le aree abitate dai pachidermi a un livello intollerabile, provocando alti livelli di stress negli animali e aumentando la probabilità di incontri frequenti ma, ultimamente, l’opinione degli etologi si sta orientando verso spiegazioni più complesse e assai più tragiche, che dovrebbero farci riflettere.
 
Gay Bradshaw, psicologo del programma di scienze ambientali della Oregon Sate University, ritiene che gli elefanti stiano soffrendo di un drammatico trauma emotivo come risultato di decadi di macellazioni, rapimenti e riduzione ambientale che hanno disorganizzato la struttura tradizionale del sistema sociale di questi animali. Risultato di questo sono aggressioni violente verso villaggi o singoli individui.
 
Gli elefanti sono dotati di capacità cognitive molto complesse, evolute probabilmente per la sopravvivenza di animali altamente sociali così giganteschi che devono spostarsi molto per trovare cibo sufficiente e, nel contempo, mantenere in contatto le comunità, divise in gruppi familiari di femmine con i piccoli, ciascuna guidata da una matriarca esperta e costituita delle sue figlie e nipoti che non si separano mai, mentre i maschi scapoli viaggiano insieme per decenni, finchè non diventano enormi e solitari. Tutte le famiglie si incontrano periodicamente in raduni di proporzioni davvero notevoli e in tali occasioni si festeggiano lungamente, non diversamente dai nostri eventi organizzati per passare del tempo insieme ai parenti.
Le periodiche cicliche migrazioni conducono i gruppi familiari attraverso sentieri utilizzati letteralmente da centinaia, a volte migliaia d’anni, la cui memoria risiede negli animali anziani e viene trasmessa di generazione in generazione e permette di superare il problema ricorrente della siccità, portando ai territori ancora fertili dove c’è pascolo e, naturalmente, acqua di cui gli elefanti hanno bisogno sia per bere sia per la salute della pelle. Per tenersi in contatto queste straordinarie creature hanno sviluppato sofisticati quanto efficaci sistemi di comunicazione a distanza, basate sugli infrasuoni – suoni a bassissima frequenza- che si trasmettono attraverso il terreno solido a distanze considerevoli dell’ordine di almeno decine di km, molto simili a quelli utilizzati dalle grandi balene.
Il legame che caratterizza l’attaccamento tra individui appartenenti alla famiglia è fortissimo e indissolubile, gli individui in difficoltà vengono aiutati finchè possibile e di fronte alla morte, si assiste a scene di dolore che durano a volte giorni, prima che gli animali si rassegnino a lasciare il cadavere e proseguire per la loro strada; ancora più peculiare, quando si imbattono in resti di un conspecifico, spesso ossa già pulite dagli spazzini della savana, trascorrono molto tempo nell’accarezzarle e manipolarle con la proboscide e a esplorarle in ogni anfratto, particolarmente i teschi, come se fossero in grado di riconoscere a chi erano appartenute in vita e empatizzare e mentre fanno questo, emettono infrasuoni. Probabilmente possiamo immaginare che tipo di messaggio stiano inviando.
Gli elefanti vivono a lungo e hanno una memoria proverbiale, evolutivamente  adattativa per menti così grandi e complesse e sono senza dubbio in grado di ricordare con particolare vividezza gli eventi emotivamente significativi di carattere sociale.
Date tutte queste informazioni, ora si può capire che gli stermini di interi gruppi familiari, perpetrati nella gran parte del secolo scorso, per l’avorio, eccidi che hanno condotto la specie all’estinzione in certi stati, oppure l’uccisione dei grandi individui sotto forma di bracconaggio, che spesso sono anche vecchie femmine depositarie della saggezza della comunità, associati ai drammatici cataclismi territoriali cui gli animali devono sottostare per la prima volta da sempre, ambienti che si trasformano a loro svantaggio, strade sempre più trafficate che spezzano i sentieri degli elefanti e questi non riescono a attraversarle o vengono feriti o uccisi nel tentativo di farlo, giovani rapiti per essere fatti schiavi, questi traumi emotivi segnano la vita degli animali e, a quanto pare, per alcuni di loro la strategia scelta per tentare di sopravvivere è la lotta.
 Non dimentichiamo che molti elefanti possono aver vissuto abbastanza a lungo (40-50 anni) per aver visto il loro mondo stravolto, le loro famiglie decimate o distrutte, la sofferenza di tanti nella memoria collettiva permessa da tanti scambi comunicativi. Alcuni la chiamano vendetta.

Difficile non partecipare empaticamente con queste incredibili creature, dovremmo essere sopraffatti dal senso di colpa, per la stessa memoria collettiva di cui siamo maestri ma che troppo spesso sembriamo ignorare.

 


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