Cani da combattimento:un problema socio-culturale

 

Non può sfuggire, date le premesse evolutive e etologiche, che la specie Canis familiaris si piega docilmente alla selezione per comportamenti specializzati utili nell’animale da lavoro, pastore, cacciatore o guardiano che sia, ma per le premesse ontogenetiche e cognitive l’individuo si sincronizza, affiatandosi, con il suo partner umano, assuefacendosi al suo modo d’essere e di relazionarsi con l‘ambiente: se l’educazione ricevuta stimolerà atteggiamenti asociali o minacciosi il cane senza dubbio, particolarmente se appartenente a razze reattive, imparerà a essere aggressivo.
I cani “da combattimento” sono state sottoposti, a mezzo di allevamento selettivo, a maltrattamento genetico inteso a modificare il normale comportamento sociale per rendere gli animali pronti a lottare fra loro senza motivazione e a maltrattamento ontogenetico, mediante addestramento teso a crescereli in condizioni di isolamento sociale stimolando con vari mezzi il loro desiderio di battersi compiacendo il padrone, anche fino a morte, superando uno degli istinti fondamentali, la sopravvivenza.
La domanda da porre è quindi perché esiste una dimensione ampia, nell’ambito della nostra evoluta civiltà occidentale, nella quale si riconoscono non solo malavitosi che con i poveri cani vogliono produrre denaro, ma anche troppi bulli di quartiere, che vogliono poter esibire l’icona della trasgressione, della mascolinità muscolosa e minacciosa che intimidisce e affronta il mondo senza conoscere la paura.
Ma in questo quadro il cane è strumento involontario, ovviamente, e non è certo la componente da punire. Il problema è d’ordine sociologico, non cinologico.

Premesse legate all'allevamento


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