Etologia degli animali selvatici

Riflessioni di storia naturale



SUSSURRANDO COME UNA BALENA
di Barbara Gallicchio

E’ di questi giorni la convocazione della Commissione Baleniera Internazionale, un consesso di delegati, prevalentemente commercianti, raramente studiosi e ancor più occasionali scienziati, cui si demandano tutte le decisioni importanti e perciò vitali riguardo il destino delle balene.
Leggere gli atti delle passate riunioni è una penitenza, una sofferenza scoprire come gli interessi sfacciatamente economici dei Paesi che pretendono di continuare a cacciare le balene “per motivi scientifici” nonostante la moratoria internazionale vengano sostanzialmente accettati con una sorta di compromesso sul numero, ma senza spazio alla morale, alla giustizia, al diritto di questi animali di continuare a esistere. Islanda, Norvegia e Giappone i più accaniti irriducibili avidi di carne di balena, egoismo che pesa come un macigno incommensurabile sulla responsabilità che dovremmo sentire di lasciare alle creature di questo pianeta un futuro dopo la brevissima –in tempi geologici- devastante era tecnologica.
I grandi capodogli non sono più, non ne sono scampati alle super- attrezzate navi baleniere giapponesi, accompagnate da aerei da ricognizione e sonar sofisticati così neppure le giornate di pioggia possono offrire un attimo di tregua. Le balene prima o poi devono emergere per respirare, è da sempre il mezzo per scoprirle, ma c’è stato un tempo in cui nuvole basse,foschie e tempeste davano loro giornate senza nemici. Quel tempo è finito, spazzato via dalla nostra astuzia e dalla completa mancanza di pietà, nel senso di pietas.

I giapponesi, per fare un esempio, vogliono i grossi capodogli maschi, purtroppo gli unici in grado di fecondare le femmine ma, naturalmente, i più redditizi. Motivo della richiesta: studiarne per motivi scientifici il contenuto stomacale; all’obiezione che è ben noto che questi cetacei si nutrono essenzialmente di calamari e che non si vede quindi tutto questo interesse per una notizia già in possesso della scienza, la risposta è stata che lo scopo della ricerca non è il contenuto stomacale dei capodogli bensì quello dei calamari!
Ogni volta che si riunisce la commissione si presentano situazioni grottesche come e perfino peggio di questa.

Cetacei

Si distinguono due principali gruppi nell’ordine dei cetacei: gli odontoceti, dotati di denti (es. i delfini) e i misticeti, forniti di lamine cornee dette fanoni (le specie più grandi, definite “balene”). La balenottera azzurra, 30 metri e oltre di lunghezza, la balenottera comune, 27 m, la boreale, 21 m, la megattera, 16 m, la balena grigia, 14 m, sono le specie più note, la più piccola pesa più di diversi elefanti adulti.
Grazie alla loro grandezza i cetacei si risparmiano molti fastidi, le maggiori dimensioni comportano infatti maggior serenità. Creature così grosse raramente incontrano qualcosa di abbastanza “significativo”da rappresentare un disturbo, organismi piccoli invece hanno vite frenetiche.
Quando una formica in marcia mette una zampetta in una goccia d’acqua, per le amebe si levano onde tempestose; mentre quando un topo passa sopra le gallerie delle formiche probabilmente fa tremare le pareti e scuote le pupe nelle celle. Gli effetti di una vera tempesta sulle amebe sarebbe uno sconvolgimento di tale violenza da superare non solo la nostra esperienza, ma addirittura l’umana comprensione.
Alle grandi dimensioni si accompagna la calma.
Per una balena una tempesta di passaggio è poco più di un passo di formica e un uragano un fastidioso tremolio del suo comodo letto. Se foste l’animale più grosso mai vissuto sulla terra, compreso il più grande dei dinosauri, vi potreste permettere di essere mite, di vivere senza paura, di giocare al buio, di dormire profondamente ovunque vi troviate e per tutto il tempo che volete, di salutare il mondo in pace; e anche di guardare con perplessa curiosità qualcosa di strano come un essere umano in tenuta da sommozzatore che se ne va in giro emettendo bolle, infagottato in quella bizzarra attrezzatura. E’ questo senso di calma, della vita senza urgenze, della forza senza aggressività…le balene non hanno mai fretta (Roger Payne, La Vita Segreta delle Balene, Mondadori 1996).
La caratteristica più evidente delle balene è la dimensione. Prendiamo la balenottera azzurra, che è la più grande: il cuore pesa due tonnellate e si calcola che pompi 270 litri di sangue a ogni battito, attraverso l’aorta potrebbe passare un bambino e a 18 metri dal cuore, verso la coda, nell’arteria ancora passerebbe comodamente una trota piuttosto grande. Questo cuore, anche in massima attività sotto sforzo, probabilmente non supera le 18-20 contrazioni al minuto, noi ci aggiriamo sui 120 battiti in circostanze simili, e il più piccolo mammifero terrestre, il toporagno, ha una pompa cardiaca delle dimensioni di un grano di riso che raggiunge gli 800-1000 battiti al minuto.
La balenottera che si immerge in verticale, essendo lunga diciamo 33 metri, sopporta una differenza di pressione tra la estremità della testa e quella della coda di poco più di tre atmosfere.

Altra notevole differenza rispetto alla nostra mente, gran parte della vita dei cetacei è ciclica, circolare o cicloidale. Un balenotto che viene alla luce dentro un’onda lunga percepisce un moto circolare. Più grande l’onda, più grande e lenta la traiettoria circolare che l’intero corpo del cetaceo segue passivamente. Da sott’acqua una balena vede il cielo sopra la propria testa attraverso una finestra circolare, di cui si trova invariabilmente al centro, quando emerge dall’acqua con la testa per guardarsi intorno, l’orizzonte appare come un cerchio di cui si trova ancora al centro. E ancora le migrazioni circolari stagionali, le immersioni in profondità che avvengono con un movimento circolare che inizia quando affiorano per respirare da cui il nome inglese whale dalla pronuncia antica di wheel – ruota. Una vita sincrona con i lenti e rotondi ritmi del pianeta.

Vivere nella nebbia

Per comprendere il comportamento sociale di una specie animale è fondamentale sapere quanti individui sono in contatto in ogni dato momento, influenzandosi reciprocamente.
Oltre alle dimensioni del gruppo, ci serve capire quali sensi gli animali devono utilizzare per mantenersi uniti e quanto possono essere distanti fra loro pur rimanendo in contatto.
Con pochissime eccezioni, i cetacei sono animali sociali.
Come definiamo allora il “branco”? Il gruppo di animali della stessa specie che hanno un comportamento correlato.
Occorre immaginare ora cosa rappresenti vivere immersi nell’oceano. Innanzi tutto significa che la visibilità è molto limitata, in acque estremamente limpide al massimo raggiunge i 30 metri, di conseguenza nella gran parte dei casi una balena non è in grado di vedersi la coda quindi la vista non può rappresentare un senso molto importante.
Le aree olfattive cerebrali sono poco sviluppate, in questi animali, anche se prove circostanziate dimostrano che tracce olfattive vengono lasciate e percepite prontamente. Per esempio i beluga fuggono quando capitano in un’area dove un conspecifico è stato ucciso parecchie ore prima, altri cetacei si allontanano da una zona dove animali della stessa specie sono stati spaventati. Tuttavia l’olfatto non sembra particolarmente importante per le attività sociali.
L’unico senso veramente interessante a disposizione per esaminare l’ambiente è il raffinatissimo udito, cui si aggiunge il sonar estremamente evoluto.

Il branco acustico

Le balene perciò hanno un udito sensibilissimo, che si estende su frequenze di tre ottave più alte di quelle percepibili da noi, associato a un orecchio interno molto sviluppato e l’area acustica nel cervello estesa in maniera eccezionale.
Così mentre noi – specie “orientata visivamente”- ricordiamo le nostre impressioni più durevoli sotto forma di immagini fotografiche, i cani –“specie olfattiva”- memorizzano “immagini olfattive”, le balene immagazzinano “immagini acustiche”.
Nei panni di una balena, dovremmo osservare il mondo attraverso l’interpretazione delle onde acustiche invece che di quelle luminose. Come ci si sentirebbe a essere una balena?
Animali che nuotano compatti e veloci, ciascuno del peso di 50 tonnellate, in un mezzo opaco sono costantemente a rischio di collisione, e nelle tre dimensioni, essi allora si tengono in contatto costante, sincronizzando le emersioni e le immersioni, grazie all’udito.
Se gli individui vogliono disperdersi ma tenersi in comunicazione, la distanza massima entro la quale ancora si sentono fra loro sarà il raggio di un cerchio che costituisce l’area complessiva di udibilità. Se un cetaceo potesse amplificare la sua voce tanto da raddoppiare la distanza raggiunta, l’area del cerchio quadruplicherà, un enorme vantaggio per ogni piccolo progresso nella capacità di gridare più forte e perciò la pressione selettiva per voci tonanti dev’essere stata davvero notevole, nella storia evolutiva di questo straordinario gruppo di mammiferi.
Allora la definizione di branco diventa “un gruppo di cetacei i cui membri, per la maggior parte del tempo, in condizioni di vento normali, possono udirsi a vicenda”(Payne).

Il suono si propaga attraverso qualsiasi mezzo, gas, liquido o solido, e più il mezzo è denso più efficace è la trasmissione. In effetti nell’aria i suoni propagano assai peggio che nell’acqua e in questa molto meno che nella roccia.
Per sentire i suoni nell’acqua si cala un idrofono, lo si attacca a un amplificatore e si ascolta con cuffie o altoparlanti.
I fischi e i richiami dei delfini hanno frequenze troppo alte per propagarsi a grande distanza, ma le vocalizzazioni forti a bassa frequenza emesse dalle grandi balene sono in grado di giungere molto lontano. I suoni ritmici e ripetuti, detti anche canti, delle balenottere, sia comuni sia azzurre, sono i più bassi e intensi finora attribuiti a qualunque animale; si tratta di muggiti cupi lunghi un secondo, toni puri di 20 hertz di frequenza, impropriamente chiamati blip, interpretati dai primi ascoltatori come i segnali di ritorno sullo schermo di un radar. Una frequenza così bassa è, per noi, al margine inferiore dello spettro udibile, in effetti percepibile solo dall’orecchio di un bambino piccolo, la cui capacità uditiva è massima. Le balene cantano con lo stesso ritmo per ore, per poi cambiare canzone, un canto tipico dura 15 minuti, cui seguono 2,5 minuti di silenzio, pausa durante la quale l’animale affiora per respirare. Le balenottere azzurre lanciano muggiti che durano anche 30 secondi, toni lunghi e continui che terminano a volte in crescendo altre in decrescendo.
Apparve ai ricercatori che questi suoni potessero rappresentare un mezzo di comunicazione.

Prima che si scoprisse che i blip provenivano dalle balene, si pensava che fossero causati dal malfunzionamento degli amplificatori o da fonti geofisiche situate fuori dall’oceano, anomalie geomagnetiche, segnali sismici dalle profondità della terra o dall’azione dei frangenti marini lungo le coste continentali.
A un certo punto qualcuno suggerì che si trattasse di una macchinazione della Russia per intasare gli oceani di suoni a bassa frequenza che avrebbero creato configurazioni di onde stazionarie, un sottomarino americano avrebbe interrotto lo schema e la sua posizione avrebbe potuto essere individuata. Vennero immediatamente stanziati molti fondi per studiare i misteriosi suoni a 20 hertz, purtroppo i biologi Schevill e Watkins ci misero poco a dimostrare che ne erano responsabili le balenottere comuni e, dopo una breve fase di incredulità i fondi si prosciugarono. Di tanto in tanto la paranoia comporta qualche vantaggio, è il commento di Roger Payne.
L’intensità dei blip si aggira sui 155 decibel, paragonabile al rumore che si potrebbe percepire a un metro di distanza da un jet con il motore a piena potenza, se potessimo sentirlo ci renderebbe sordi. Payne e Webb a questo punto calcolarono che prima che il rumore del traffico navale permeasse gli oceani, i blip delle balenottere comuni avrebbero potuto viaggiare per 6.500 km e essere ancora udibili sopra al normale rumore di fondo degli oceani anzi, in un giorno di calma, in un mare che non conosceva le eliche, questi suoni avrebbero viaggiato per 21.000 km prima di essere coperti dal rumore di fondo. Di fatto Christopher Clark è stato in grado di seguire il percorso di balene a più di 1.600 km di distanza usando idrofoni posizionati nelle profondità oceaniche.
Usando i canyon profondi le balenottere e alcune altre grandi balene possono chiamarsi per tutto un oceano, questa è la formidabile deduzione che si trae dalle informazioni ottenute in questi anni. Non ci si spiegava, infatti, come potessero raggrupparsi, dal nulla e nel giro di poco tempo, branchi enormi di questi cetacei nelle imprevedibili aree dove c’è fioritura di krill (il loro nutrimento base) e ancora, come si incontrassero maschi e femmine, visto che contrariamente a alcune specie di balene le balenottere non hanno quartieri riproduttivi, nonostante le grandi risorse messe a disposizione dai giapponesi per scovarli.
Questi autori sono convinti che gli individui di queste specie siano in continuo contatto acustico, comunicando attraverso enormi estensioni oceaniche al fine di reperire cibo, mantenersi in branchi ampiamente dispersi, trovare la rotta in mari coperti dai ghiacci e agire da fari per la navigazione di compagni in difficoltà, oltre a ecolocalizzare grandi conformazioni come risalite continentali, isole e montagne sottomarine. Un “branco oceanico” è il tipo di unità sociale proposto: non appena una balena smette di comunicare la sua presenza, per gli altri è come se svanisse.
I cetacei hanno cervelli grandi e complessi, per ragioni che non riusciamo a comprendere, forse in parte evoluti per la decodifica di segnali disturbati e concisi e la loro traduzione in informazioni utili. Il rumore oceanico deve forzatamente essere notevole (oggi più che mai) e il disturbo operante nella distinzione di suoni familiari da tutto il resto richiede attrezzature sensoriali e neurologiche molto sofisticate, non solo grandi orecchie ma calcolatori e cronometri di precisione.

Si sa che i suoni della stessa intensità e frequenza di quelli delle balene si propagano attraverso il mantello terrestre, una volta postulato che le balenottere possono tenersi in contatto in tutto un oceano, non si vede perché non possano desiderare di comunicare anche da un oceano all’altro.
Prima che i balenieri le decimassero, i branchi delle balenottere comuni potrebbero aver compreso fino a decine, forse centinaia di migliaia di esemplari, soprattutto nell’emisfero meridionale. Potremmo aver spinto quasi all’estinzione creature capaci di tali straordinarie capacità prima ancora di averle davvero comprese.
Chissà come un branco di balenottere “sente” la presenza del corpo morto freddo e galleggiante di una loro compagna abbandonata da una baleniera dopo averla macellata per asportarne il solo strato di grasso da cui ottenere l’olio. Speriamo, a questo punto, che non siano dotate di menti tanto intelligenti e sofisticate da esprimere giudizi morali.


Tratto dalle osservazioni di uno dei massimi esperti di cetacei, di cui consigliamo, per approfondire: Roger Payne, La Vita Segreta delle Balene, Mondadori

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Etologia degli animali domestici

Centro di Ricerca Cetacei

 

In occasione degli accordi avviati con il Nucleo Tutela e Ambiente dei Carabinieri il CENTRO DI RICERCA CETACEI ci segnala il progetto
ARGONAUTICA.
Si tratta di un progetto di monitoraggio e censimento della popolazione di Cetacei nei mari italiani e, successivamente nel Mediterraneo, per la realizzazione della prima Banca Dati Europea dei Cetacei denominata Nautilus.
Il progetto è stato interamente ideato dal Centro Ricerca Cetacei e prevede dal punto di vista scientifico il monitoraggio sistematico di determinate aree mentre dal punto di vista della sensibilizzazione prevede la distribuzione gratuita ai diportisti di una scheda di avvistamento e una breve guida al progetto

APRI E STAMPA LA GUIDA AL PROGETTO
ARGONAUTICA
Il progetto ha ottenuto un consistente successo, in tre mesi migliaia di adesioni, tuttavia i fondi necessari al suo sviluppo sono impegnativi.
La guida sintetica dell'iniziativa "ADOTTA UN DELFINO" è attualmente distribuita a tutti i diportisti (soprattutto grazie al canale delle scuole di charter e di vela in tutta Italia, come il Centro Velico Caprera)
Insieme a Regioni e Comuni di mare, riviste e scuole pubbliche anche ASETRA invita i suoi lettori a divulgare la seguente guida:
APRI E STAMPA LA GUIDA ALLA INIZIATIVA
ADOTTA UN DELFINO

Alcune sintetiche informazioni: Il progetto Argonautica è sviluppato in due modi: Micaela Bacchetta
(Direttrice del Centro Ricerca Cetacei)
info@centroricercacetacei.org

  1. Vengono studiate e monitorate (con il metodo della fotoidentificazione) aree specifiche individuate con il GPS (Global Positioning System).
    I dati vengono registrati dai nostri ricercatori e inseriti in un database.
  2. Al fine di sensibilizzare il pubblico abbiamo distribuito insieme alla guida una Scheda di Avvistamento da compilare e rispedire al Centro. Queste schede ovviamente non hanno valore scientifico (in quanto i rilevamenti non sono effettuati in aree specifiche e con sistematicità) tuttavia servono da un lato a coinvolgere i diportisti, dall'altro le utilizziamo per verificare la mappatura che stiamo facendo dei mari italiani.


L'aspetto sorprendente è il livello di attenzione da parte dei diportisti, specialmente i velisti: ad oggi, in pochi mesi, abbiamo ricevuto migliaia di segnalazioni e schede compilate via e-mail.
L'obiettivo del progetto Argonautica è di creare in un biennio una mappatura affidabile della popolazione di cetacei nei mari italiani.
La seconda fase del progetto prevede la realizzazione di 'NAUTILUS', la prima Banca Dati Europea dei Cetacei. Il progetto è stato ideato dal Centro Ricerca Cetacei ed è il primo mai realizzato nel Mediterraneo.
Quanto alla necessità di questo progetto basta considerare questo: molte specie di Cetacei del Mediterraneo sono inserite nella Red List mondiale come specie 'Data Deficient', ovvero di cui non si possiedono neppure sufficienti dati per stabilire un programma di salvaguardia e conservazione.
D'altro canto dall’incontro di Bonn 2002 tra i delegati dei paesi aderenti alla convenzione di Washington per le specie migratrici (CITES), emerge la consapevolezza di uno stato crescente di pericolo dei mammiferi marini: 7 nuove specie sono considerate a rischio di estinzione.
A partire da questo autunno il progetto Argonautica prevede l'utilizzo di una barca a vela che effettuerà attività di ricerca costante, collegando tutte le aree marine protette d'Italia. L'iniziativa prende il nome di Rotta dei Delfini.


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