Le nostre opinioni

 

 

Il valore della memoria storica: riflessioni sull’ingegno e sull’insipienza

Correvano gli ultimi anni ’70 del ‘900 quando gli Stati Uniti d’America scoprivano che ci si poteva difendere dall’attacco predatorio sulle greggi dei lupi e dei coyote semplicemente mettendo dei cani guardiani del bestiame insieme alle pecore. Niente fucili, tagliole, esche avvelenate; era necessario e sufficiente avere i cani che vivevano nel gregge per tener lontani i predatori e non solo a quattro zampe.

Sembra sempre che noi si debba imparare strategie e tecnologie dagli americani ed ecco che, invece, c’è qualcosa che possiamo insegnare noi a loro. Questo ci dicevamo,  leggendo i resoconti dei viaggi dei coniugi Lorna e Ray Coppinger venuti dall’America a vedere la transumanza e a scoprire il know how della pastorizia stile “Vecchio Continente”. Quindicimila chilometri in camper per stupirsi, imparare e acquisire cuccioli di queste razze praticamente sconosciute di là ma ben note nelle nostre terre: Pastori Maremmani-Abruzzesi, Pastori della Ciarplanina, Pastori dell’Anatolia, Ungheresi Kuvasc, Tatra Polacchi, Montagna dei Pirenei, Mastini Spagnoli, e altri ancora in un lungo elenco di tipi resi simili nel fenotipo dalle necessità ambientali e culturali. Questi cani camminano lungo gli stessi sentieri da più di 3.000 anni, scortando le pecore e le capre su ai pascoli estivi e poi giù a quelli invernali, in un viaggio andata e ritorno, ritmico, stagionale, vecchio come la pastorizia, il cui sapere sapiente si è  tramandato da nonno a nipote: come proteggere gli animali dai carnivori predatori, lupi o orsi, linci o ladri.

Lo sterminio dei lupi è stato metodico e spietato, e Gaia li ha visti scomparire famiglia dopo famiglia o, se preferite, branco dopo branco, finchè non è rimasto che l’ultimo. L’ultimo lupo d’Inghilterra, l’ultimo lupo d’Irlanda, l’ultimo lupo di Svezia, l’ultimo degli Stati Uniti, così le popolazioni di quello che era stato, grazie alle sue grandi doti di plasticità, adattabilità, astuzia, resistenza e intelligenza, il carnivoro di maggior successo biologico su questo pianeta, sono svanite, polverizzate dalla tecnologia delle armi automatiche e dei veleni, delle trappole e delle tagliole, della caccia attrezzata in elicottero. L’uomo può, proprio come in un film, attivare la dissolvenza.

Ma la vita risponde con ecosistemi che si piegano e trovano nuove traiettorie, come la sostituzione di un predatore al vertice con uno meno potente ma forse proprio per questo più basso profilo, più difficile da notare in tutte le sue anime: allora nel Nord America il coyote prende il posto del suo più grande concorrente storico e si adatta alla perfezione alla nicchia delle grandi greggi docili tutte riunite in grandi pascoli o addirittura in recinti e nulla riesce a vincerlo e sterminarlo. Il coyote si muove da solo o in coppia, la taglia è inferiore, la sua presenza incospicua, come un’ombra.

Accade quindi che durante una riunione ministeriale con argomento “strategie di contrasto delle attività predatorie da coyote”, qualcuno aveva l’informazione magica (mi dicono che in tutta l’Eurasia usano dei cani per difendere le greggi) che permetterà ai coniugi Coppinger di diventare gli sponsor del grande cane da protezione degli armenti, che essi stessi inizieranno ad allevare all’università del New Hampshire per affidarli, sotto l’egida del Fish and Wildlife Service, agli allevatori di bestiame che ne facessero richiesta. Il risultato, assicurato dalla lunghissima coevoluzione di queste tipologie canine con il bestiame, un rodaggio biologico di centinaia di generazioni, vide il tasso di predazione nel singolo gregge calaro da decine di capi all’anno a zero. Un successo grandioso. Qualcosa, certo, di cui andare davvero fieri, come europei, come insieme di popoli che ha vissuto e imparato dalla vita come sopravvivere e convivere.

Eppure, dobbiamo leggere sui mezzi di informazione in questi due ultimi giorni che la Commissione Agricoltura ha votato all’unanimità di liberalizzare l’abbattimento di lupi per motivi di eccessiva predazione di capi di bestiame in Italia. Ieri la Regione Piemonte – vedi qui sotto il comunicato - ha chiesto di programmare gli abbattimenti di lupi, oramai “troppo numerosi”.

Credevamo di essere stati così bravi, noialtri italiani, a salvare dall’estinzione Canis lupus italicus, la sottospecie di Canis lupus lupus che vive qui da noi, perché negli stessi anni ’70 del ‘900 eravamo riusciti, con il Progetto Lupo del WWF (iniziato ufficialmente nel 1972 da Luigi Boitani e Erik Zimen), ad ottenere che il Ministero proponesse e il Governo promulgasse la salvaguardia della specie (protezione assoluta) e rifondesse gli allevatori depredati (che smisero di perseguire i lupi) anche a fronte di qualche caso dubbio, senza fare troppe storie, mostrando lungimiranza fuori dal comune. Erano così pochi, allora, ma alla fine  Fratello Lupo è sopravvissuto, prima qualche sparuto individuo solitario poi, piano piano, piccoli nuclei, non più grandi branchi impossibili da sostenere ma alcune famiglie hanno ricolonizzato, in questi quarant’anni, l’Appennino fino addirittura comparire sull’arco alpino (vedi cartine).

La nostra popolazione, di cui si stimano alcune centinaia di individui che non arrivano neppure al migliaio, soffre del recente isolamento genetico provocato dalla polverizzazione in microdemi costretti all’inbreeding, e non ha alcuna possibilità di ricevere migrazioni dall’esterno (dato che siamo una penisola), pertanto è molto esposta al rischio di riduzione di variabilità ed è particolarmente vulnerabile all’accumulo di effetti negativi da genetic bottleneck. A dimostrazione, gli esami dei microsatelliti evidenziano la ridotta differenziazione rispetto alle popolazioni dell’Europa centro-orientale, mentre fino al XIX secolo essa risultava in continuità con quelle oltre l’arco alpino. I lupi non sono troppi, questo è sicuro. Attualmente in Italia la popolazione non appare ancora al di sopra di una soglia di sicurezza che ne garantisca la sopravvivenza sul lungo periodo (Bocedi e Bracchi, 2004.)..

 Il Bracconaggio  ancora oggi risulta essere la principale causa di morte del lupo in Italia. È condotto principalmente mediante l’uso di bocconi avvelenati, lacci ed armi da fuoco (Genovesi, 2002).
Nonostante ciò, a fronte di numerosi lupi uccisi ogni anno, non si è mai verificato un solo caso di incriminazione di un bracconiere. Se da un lato vi può essere una oggettiva difficoltà nello scoprire i responsabili di questi episodi, dall’altro vi è anche, probabilmente, una insufficiente volontà a farlo.
Il bracconaggio si origina principalmente sia dai conflitti con l’attività venatoria  che dai conflitti con l’allevamento.

Un grande senso di miseria, di scoramento, accompagna la lettura di “comunicati”come questo che riportiamo più sotto dalla Regione Piemonte. Un sentimento di perdita della conoscenza antica scaturisce immediato.


Diciamolo a questa gente che esiste un metodo valido per tenere i lupi lontani dal piccolo bestiame, i loro nonni lo sanno perché i loro padri lo hanno tramandato, come si deve fare: prendere i cani e, volendo, anche gli asini e tenerli dove sono pecore e capre. Il risultato è assicurato, possiamo crederci, lo dicono gli americani.

Barbara Gallicchio

 

Regione Piemonte : abbattimento programmato dei lupi
(apri e stampa)


Canto di Natale per Paperini

Erano i primi di Novembre, mentre facevamo il solito giro del mattino con il cane, passando lungo il naviglio Martesana che, per chi non è di Milano, è uno dei canali ideati da Leonardo per creare una rete navigabile cittadina (oggi in via di recupero estetico e ambientale se non funzionale), ecco comparire un’anatra, una femmina di Germano, e non è l’unica presente nella piccola nicchia che la Martesana è venuta a costituire, ma questa anatra particolare era seguita da dieci anatroccoli grossi quanto un uovo e quindi schiusi da qualche ora. Anatroccoli in Novembre? Come potranno mai sopravvivere con il solo piumino addosso? Stranezze biologiche fuori dal comune buon senso della Natura, provocate dai molti stravolgimenti degli orologi fisiologici alterati dalla vita commensale e domestica. Li abbiamo guardati con tenerezza affannarsi dietro alla mamma nelle acque gelide del primo mattino finchè non sono scomparsi nella scarsa luce brumosa certi che il giorno dopo avremmo contato i sopravvissuti.

Inaspettatamente invece i giorni a seguire li trovavamo lì, tutti e dieci, cresciuti ogni volta un po’di grammi e centimetri.

Il quarto giorno dalla schiusa aveva piovuto molto, il naviglio gonfio, la corrente forte e gli anatroccoli sono stati trascinati giù verso un salto che, attraverso una grata, porta le acque a sparire sotto il livello della strada. I piccolini sono rimasti intrappolati ad annaspare in questo tratto, tra il salto che è una cascatella piccola, una settantina di centimetri, ma impossibile per loro da risalire, e la grata oltre la quale li aspettava una morte certa. Ma qualche volta la fortuna è dalla parte dei deboli: un signore romeno che passava di lì tutti i giorni non ha esitato a calarsi nelle acque gelate del canale per trarli in salvo uno per uno. Quando siamo arrivati era già tutto finito, un bel gesto senza premi né gloria, solo l’empatica compassione di chi dà valore alla vita anche quando è così piccola e, per alcuni, certo, trascurabile.

Ieri abbiamo incrociato la moglie di questo brav’uomo, mentre affacciati alla balaustra avevamo appena finito di contare dieci giovani belle anatre, eleganti nelle nuove livree appena completate, mentre scivolavano leggere sull’acqua…”suo marito ha fatto proprio una cosa bella” ho detto, riconoscente, e lei “ ogni sera le viene a cercare per dar loro da mangiare, a volte non mi torna a casa prima delle dieci e mezza perché deve risalire il canale se non sono qui, ma finchè non le trova non c’è pericolo che rinunci, se ne sente responsabile.”

Mi è sembrata una piccola parabola degna di essere raccontata, in questo volgere d’anno che passa e va, per onorare lo spirito del Natale: alzo il calice per questi paperini che hanno avuto una seconda occasione e per l’anima compassionevole dell’uomo che talvolta incontriamo e riconosciamo in tutta la sua bellezza.


Barbara Gallicchio

 

 


Bali, epidemia di rabbia: uccisi 28mila cani 
(foto tratte dal sito de La Stampa)


Bali. Le autorità spaventate dal crescente numero di cani colpiti dalla rabbia, epidemia che potrebbe inibire il turismo, hanno deciso lo stamping out, la distruzione in massa dei cani vaganti. Immagini inconsuete ma purtroppo ricorrenti si presentano così, crude e spietate, come spietate sono queste decisioni politiche (e naturalmente economiche). Spiegazione ufficiale “Il governo ha fornito un insufficiente numero di dosi del vaccino” che potrebbe fermare l’avanzata del virus. Non poteva chiedere aiuto ad altri Stati? La domanda nasce spontanea nella sua banalità. Se tutti gli animali non vaccinabili verranno uccisi il loro numero toccherà la cifra spaventosa di almeno 150.000 individui.

Il Sud-est asiatico non è mai stato pietoso verso i cani. Da sempre considerati, non già a Bali ma in generale nella regione, veri pariah, i cani si possono dire fortunati se ignorati, da molti sono infatti considerati semplice fonte di proteine animali e quindi uccisi, cucinati, consumati e i loro resti trasformati in rifiuti. Allevati come animali da carne, rinchiusi in miserabili gabbie  e macellati in giovanissima età: difficile da sopportare per gli occhi e le anime di noi occidentali. Era sembrato, negli ultimi 15-20 anni, di notare un profondo cambiamento: nelle popolazioni coreane, vietnamite e persino cinesi cominciava a diffondersi il piacere di tenere i cani presso di sé come compagni e sono sorti movimenti di opinione pronti e attivi nel contrastare i governi quando si muovono negativamente verso gli animali di casa.
Queste immagini ci dicono che non è così. Il valore di un cane non raggiunge quello di una dose di vaccino, qualcosa intorno a 1 euro, per un governo e su grandissimi numeri probabilmente meno. E allora, se spendere questa cifra è troppo, non posso immaginare con quanta pietà verranno soppressi: i prodotti che si utilizzano per dare una morte dolce costano senza dubbio di più.
In questo mondo dominato dal marketing, dove le case farmaceutiche sono sempre alla ricerca di nuove strategie pubblicitarie, non sarebbe una grande idea quella di essere i primi a fornire i vaccini e salvare queste povere bestie?


Barbara Gallicchio

 

 

Ancora pellicce?…


Doloroso e nauseante. Come già troppe volte è capitato,  di nuovo ho dovuto straziarmi l’anima per visionare un recente video 
http://www.youtube.com/watch?v=7KPBfZhyy2I&feature=related
 che dimostra, contrariamente alle assicurazioni ricevute, che l’allevamento di cani e gatti in Cina per vendere le loro pellicce non solo non è estinto ma anzi diffuso e fiorente. Non è un uso dei nostri tempi moderni. Presso le popolazioni artiche i cani da slitta sono sempre stati usati anche per le pelli e ricordo molto bene, erano gli ultimi anni ’70, quando un reporter francese portò le foto di un cane Groenlandese impiccato, in quella terra, per la pelliccia; la morte per impiccagione, essendo lenta, provocava l’orripilazione al massimo grado, gli fu spiegato, così il magnifico e lungo mantello invernale risultava “gonfio e sollevato”. Le foto fecero allora il giro delle riviste degli enti cinofili europei, le uniche riviste esistenti in quel periodo, suscitando indignazione e tristezza. E orrore. Certo era un Paese molto lontano, le foto erano in bianco e nero e prese di nascosto, quella gente sapeva che l’opinione pubblica straniera non avrebbe gradito.
Questo video ci ripropone immagini che certo non avrei più voluto o dovuto vedere, la stessa fredda indifferenza, gli stessi occhi increduli degli animali che non capiscono. Ma ora è tutta sofferenza a colori. Vivida, palpitante, concreta, tangibile e tragicamente memorabile.   
Non c’è preoccupazione di urtare la sensibilità dello spettatore.          
Oggigiorno tutto è così a portata di mano, la macellazione di cani e gatti per usarne le pelli non è un fenomeno relegato presso culture lontane e aliene, al contrario, è questione che ci riguarda molto da vicino.
Credo sia di dominio pubblico infatti che queste pelli finiscono a ornare i colli e i cappucci delle giacche nei nostri negozi occidentali, dei nostri marchi occidentali. Italiani magari. Non compriamoli. Diciamolo a qualcuno che potrebbe comperarne, a tutti quelli che potrebbero comperarne. Facciamo fallire questo mercato maledetto. 

Barbara Gallicchio

 

 



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