Le razze canine sono in via d'estinzione?

 

Le razze canine sono in via d'estinzione?
Dott.ssa Barbara Gallicchio

"La grande domanda: perchè così tante razze canine britanniche sono in pericolo di estinzione?"
di Michael Savage

La popolarità di razze di moda provenienti dall'estero ha relegato in un angolo molti cani tradizionali britannici, portandone alcuni a rischio di estinzione. Il Kennel Club ha rilasciato una lista di oltre 20 razze che sono diventate "vulnerabili".E' opinione del KC che gente dello spettacolo, spesso vista in giro con cani di piccole razze esotiche, stia avendo un enorme impatto sugli acquirenti, trasformando alcune razze in oggetti di moda "indispensabili" mentre altre vengono dimenticate negli allevamenti.
Nella lista delle razze vulnerabili del KC troviamo quelle con meno di 300 cuccioli nati nel 2007 (per esempio l'Otterhound con 41 cuccioli, il Glen of Imaal terrier con 36, ma anche il Manchester terrier e lo stesso Welsh Corgi Pembroke, nonostante possa vantare come testimonial d'eccezione nientemeno che la Regina Elisabetta) al contrario - continua l'articolo - il Chihuahua iscrive regolarmente oltre 1000 nuovi nati all'anno.(Indipendent 24 gennaio 2008)


Appare sull’Indipendent del 24 gennaio ultimo scorso un appello allarmante sulla possibile estinzione di diverse razze canine autoctone inglesi; puntualmente la notizia rimbalza sui nostri quotidiani e c’è stata da più parti richiesta di approfondimento.
È davvero così grave? E com’è la situazione qui in Italia?
Qual è la causa di tale incresciosa disattenzione?

Occorre fare un passo indietro, piuttosto indietro a dire il vero.
Per comprendere come le tipologie protorazziali siano originate da popolazioni disomogenee distribuite sui territori si dovrebbero esaminare le molte variabili in termini di etno-cinologia, e non è facile. Molti fattori devono essere tenuti in conto, fattori che si distribuiscono nell’arco di diverse migliaia di anni e che legano le protorazze ai loro territori d’origine prima di entrare nelle epoche recenti, che per la maggior parte delle razze, si attestano sugli ultimi 2 secoli al massimo.
A partire dai cosiddetti cani di villaggio, cioè l’insieme degli individui che circolava nel territorio degli agglomerati urbani, si sono via via formate delle famiglie di soggetti fenotipicamente simili, sia nella morfologia che nel comportamento. Da questi nuclei primitivi i nostri progenitori hanno saputo scegliere i singoli cani che più si adattavano alla vita e alle necessità che erano loro proprie.
L’allevatore di pecore e capre aveva un disperato bisogno di difendere le sue bestie dai predatori e dai ladri, sceglieva quindi per sé i cani più grandi, territoriali, avversativi verso gli estranei e con innata capacità di convivere e comunicare con gli ovini: nascevano i cani da pastore da guardia delle greggi. Il cacciatore cercava altre qualità nei suoi animali, intraprendenza e forte impulso per la predazione, struttura atletica, capace di star dietro al cervo o di affrontare il cinghiale e di ritrovarne le tracce quando, ferito ma ancora vivo, sfuggiva all’ultimo assalto.
Nascevano così i segugi (cani per la caccia da seguita), i levrieri (segugi molto veloci, adatti per prede quali gazzelle o lepri), i molossi per la difesa dei terreni e delle proprietà, i terrier e i bassotti (che inseguono le prede, soprattutto nocivi, sottoterra nelle loro tane). Nelle fasce nordiche del continente il ceppo più diffuso era quello degli spitz, da cui originano spitz da caccia, da guardia, da slitta che, più degli altri, sono conosciuti.
Questo periodo è caratterizzato da un processo selettivo che avviene a un livello solo superficialmente conscio, poiché l’allevatore non conosce le leggi della genetica né può ragionare in termini di miglioramento riproduttivo; si tratta piuttosto di “mortalità genetica differenziale”: vengono lasciati liberi di riprodursi solo quegli individui che spiccano per qualità attitudinali e dominano deduzioni anedottiche di tipo semplice, come notare che per rincorrere le gazzelle il cane più adatto è alto e longilineo, con testa allungata e sottile e arti lunghi, asciutti e muscolosi. Il contrario per un cane da difesa della casa, per il quale serve forte struttura fisica, massa notevole, testa dal muso largo e collo taurino (infine, come dice l’autore romano Columella, sceglilo nero che non lo vedano nella notte; il cane che dovrà proteggere le pecore dai lupi e dagli orsi invece, prendilo bianco, che nel caso della lotta tu possa aiutarlo distinguendolo dal nemico).
Nel corso dei secoli le varietà diventano sempre più numerose e specializzate, perché nessun animale domestico è altrettanto plastico quanto i cani.
E così abbiamo cani per il cacciatore a cavallo e per quello a piedi, cani per guidare le pecore e per i bovini, cani che inseguono e altri che restano vicini all’uomo, cani che non hanno propensione ad allontanarsi affatto.

Nel corso dell’800 un pastore che vivesse nei territori del Belgio e dell’Olanda avrebbe senza dubbio scelto come ausiliare un Pastore Belga o un Pastore Olandese; un proprietario di fattoria della regione di Manchester un terrier omonimo per liberarsi dei topi; un cacciatore italiano lo avremmo visto col Bracco o col Segugio della nostra terra. E le loro mogli avrebbero avuto in casa il Brabantino o, qui da noi, un Volpino o un Bolognese.
Da lì in poi abbiamo la standardizzazione, con la nascita dei libri genealogici e delle società di allevatori – i kennel club – si codificano le caratteristiche etniche delle razze, si definisce il tipo ideale e si iscrivono i nuovi nati nei registri con un nome originale e un numero. Ognuno di loro, d’ora in poi, entra a far parte della storia e sarà antenato di altri, riconoscibile e riconducibile, nel bene e nel male. Perciò ecco che le famiglie genealogiche (stirpi), prendono adesso un corpo ufficiale, diventando esplorabili e utilizzabili per scoprire le derive storiche e i segreti dei grandi allevatori del passato, quelli che hanno reso una certa stirpe gloriosa e hanno decretato il successo e la sopravvivenza della loro razza attraverso tempi difficili, come le grandi guerre, fin nell’epoca moderna.
Sarebbe bello che qualcuno leggesse alcune di queste storie, fatte di umanità e caninità legate insieme, come è sempre stato.
Testimonianze di vite vissute.

Il primo motivo per cui le razze subiscono il declino numerico è la perdita delle loro funzioni attitudinali. La pastorizia e la caccia sono attività in netta riduzione, rispetto a quel periodo storico. L’allevamento degli animali da reddito non è se non in minima parte sui pascoli liberi e anche i grandi guardiani non sono più indispensabili perché di lupi e di orsi non ce ne sono più molti. Le mute di segugi per la caccia nobiliare, quella ai grandi ungulati, sono scomparse e la caccia all’anatra non si serve quasi più del cane da riporto.
Persino il cane da guardia della casa non è più di moda, sostituito dai sistemi d’allarme. I rappresentanti delle famiglie canine che ci hanno aiutato a sopravvivere per diversi millenni oggi sono scelti solo sulla base del loro aspetto estetico ( e su questa sola base spesso sono allevati) e, dati questi presupposti, non sorprende che con questo criterio le mode impazzino. Perché non prendere il cane del tal film o della tale pubblicità? Con la cultura della globalizzazione e della superficialità sembra fin troppo prevedibile che il cane di casa sia desiderato in quanto “promosso” da un attore o una soubrette.
L’appassionato allevatore di una razza poco nota che ha solo una o due richieste di cuccioli non si metterà a rischio di doversi tenere (o cercare disperatamente di regalare) gli altri 5 o 6 che nascerebbero senza speranze di essere voluti. Al contrario, fioriscono le cosiddette “fabbriche di cuccioli” che sondano il mercato e producono in base alla richiesta (per inciso, si chiamano così perché gli animali non sono trattati come viventi, sono numeri per la produzione in batteria e, come tali, se ce ne sono in esubero e, naturalmente, quando invecchiano, sono tolti di mezzo senza remore, soppressi a decine. Ma queste cose non vengono dette o urlate per farle sentire anche ai sordi.
Ci sono allevatori, ne conosco molti, che hanno dedicato la vita a una razza canina; la passione che li alimenta è quella del fanatico, forse, ma disposto a condividere le sue giornate, tutte, con i suoi cani, trattati come parenti, ritratti e appesi al muro a perenne memoria, vogliosi di trasmettere tutta la loro conoscenza a qualcuno giovane che prometta di continuare. Gente di cani. Gente che scuote la testa quando riceve richieste senza senso, da persone che non si sono neanche prese la briga di informarsi sulle esigenze basilari dell’animale che vorrebbero acquistare. Le storie delle razze sono vincolate alle nostre, la gente in cui risiede la memoria storica di una popolazione, che sa e ricorda tutti i grandi riproduttori del passato che hanno trasmesso le loro grandi qualità nei figli e nei nipoti, questa gente pure si ammala e muore. E con loro svaniscono le genealogie, il sapere e, naturalmente, gli animali. Triste epilogo, potrebbe sembrare, ma non si vede la via d’uscita.
Qualche centinaio di cuccioli all’anno in una nazione non possono bastare per mantenere una buona e sufficiente variabilità genetica, se si considera poi che gli acquirenti modaioli non vogliono un cane della tal razza e basta, vogliono che sia proprio uguale a quello che hanno visto; ricordo negli anni ’80, quando la moda vedeva migliaia di Huskies iscritti ogni anno ai registri genealogici, un amico allevatore che si chiedeva cosa avrebbe mai potuto fare con una cucciolata di sole femmine di colore grigio-lupo con gli occhi marroni e richieste esclusivamente di maschi bianco-neri con gli occhi azzurri. Gli Huskies non sono più di moda, le iscrizioni sono calate a rotta di collo ma, per loro fortuna, sono molto popolari nel resto del mondo, perciò la razza non ha subito danni. Per altre purtroppo non è stato e non sarà così.

La morale di queste riflessioni dovrebbe essere articolata su vari punti:

  1. non si devono dimenticare i percorsi selettivi che conducono le tipologie canine fino a noi; è anzi proprio necessario indagarle quando ci si avvicina alle razze per non commettere errori di base nella scelta;
  2. i cani sono molto diversi tra loro prima nella tipologia d’appartenenza poi nella razza e poi nella stirpe (a monte delle ovvie peculiarità individuali): è la loro storia che determina le importanti differenze che rendono un cane adatto o non adatto al particolare ambiente e tali differenze costituiscono vincoli alla plasticità;
  3. desiderare di prendere un determinato tipo di cane su basi superficialmente estetiche è un errore spesso determinante per la relazione che si deve venire a creare;
  4. questo ultimo punto determina le mode, che non sono solo devastanti per le razze che restano tagliate fuori dalle attenzioni del pubblico ma almeno altrettanto per quelle che ne sono oggetto: sfugge ai più che nel momento stesso in cui un cane diventa commercialmente richiesto, tutti si improvviseranno “allevatori” e costoro non provengono certo da una vita dedicata con passione per cui i cuccioli messi sul mercato non sono né di provenienza selezionata né tantomeno allevati con amore nelle migliori condizioni possibili;
  5. l’unico avvantaggiato dalla situazione esaminata è il commerciante il cui ultimo problema è il benessere degli animali che mette al mondo (e la serenità delle famiglie alle quali saranno ceduti).


Naturalmente nel corso della storia razze si sono estinte per motivi naturali, come epidemie distruttive, soprattutto durante e subito dopo le Grandi Guerre, esaurimento genetico per mancanza di variabilità e concentrazione di patologie ereditarie, surclassamento da parte di razza affine con migliori qualità, a volte persino per eccesso di protezionismo o puro odio per quello che rappresentavano, ma certamente mai per superficialità e moda.
Occorre affrontare la verità biologica che per molte popolazioni ridotte ci sarà bisogno d’aiuto specializzato come fossero specie selvatiche in estinzione: lo diceva Stephen O’Brien, genetista del gruppo che per primo ha studiato il DNA mitocondriale dei cani, già nel 1997.

 


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