Animali con noi

 



Gli animali hanno sempre avuto una parte fondamentale nella storia delle società umane e dell’evoluzione stessa dell’umanità.
Una delle ragioni di ciò è da ricercarsi nella nostra storia evolutiva che inizia più di 100.000 anni fa come aggregati famigliari di cacciatori-raccoglitori, un tipo di società nella quale i rapporti con il mondo animale dipendono dal coraggio e dall’ardimento, fisico e mentale.
Questo implicò che le complesse relazioni sociali comuni a tutti i primati evolvessero in abilità di ampia portata necessarie alle interazioni tra i cacciatori, le loro prede, e gli altri predatori concorrenti.
L’uomo possiede ancora le capacità di tali interazioni, sottolinea la zoologa Juliet Clutton-Brock, che riflettono un adattamento ancestrale.
All’inizio l’uomo cacciatore adattava il proprio comportamento a quello delle sue prede, secondo processi biologici intrinseci di questo tipo di relazione; da questa prima fase evolsero culture specializzate, per la loro sopravvivenza, nello sfruttamento di particolari specie di grandi mammiferi, gli Indiani d’America si legarono al bisonte, i Lapponi alla renna.
Altri gruppi umani impararono a manipolare il comportamento naturale di certi animali e a renderli più docili; con questi animali riuscivano a comunicare, dando il via al processo di addomesticamento. Questo evento straordinario costituisce una forma di evoluzione adattativa della specie addomesticata, conquistata, ma anche per Homo sapiens l’interazione stretta con animali intimi si trasforma in spinta evolutiva inarrestabile.
L’espansione umana non avvenne infatti secondo un gradiente progressivo e costante, ma per ondate, la prima delle quali coincide con l’acquisizione delle più antiche tecnologie sotto forma di utensili, della padronanza del fuoco e del lupo addomesticato.
De Lunley ha dimostrato con i suoi scavi nella grotta di Lazaret, nella Francia meridionale, che 125.000 anni fa, nel periodo noto come Paleolitico, popolazioni umane avevano ricavato dei ripari all’ingresso di ognuno dei quali avevano posizionato di proposito il cranio di un lupo. Anche studi recenti sul DNA mitocondriale e sull’orologio molecolare che ne deriva dimostrano che in quel periodo i lupi-cani iniziavano a differenziarsi geneticamente dai lupi selvaggi ( perché ciò avvenga occorre che vi sia l’isolamento dei domestici dagli altri).
Anche volendo aspettare di riconoscere evidenze fossili dei primi “cani”, già 12.500 anni fa, nel Mesolitico del Medio Oriente, un uomo fu sepolto con il suo cucciolo testimoniando quella che è stata definita in modo un po’ asciutto dagli archeologi che andavano studiando quell’antichissimo cimitero, una relazione affettiva.
(Il sito H104 a Ein Mallaha è la prova dell'esistenza del rapporto affettivo: la mano e la testa dell'uomo poggiano sul torace di un cane)
La presenza del cane presso di noi ha avuto molte imprevedibili ripercussioni dal punto di vista antropologico: sollevandoci da alcune ingombranti mansioni quotidiane, quali la vigilanza, e facilitando il successo nella caccia, ci è stato permesso di liberare la mente forse consentendone l’espansione e permettendo lo sviluppo ipertrofico del linguaggio. È stato ipotizzato che anche sfruttando questi ausiliari la nostra specie abbia potuto surclassare altri competitori, come l’Uomo di Neandertal, restando alla fine l’unico uomo.
L’addomesticamento del cane ha aperto la via a quello di altri animali, scelti sia tra i predatori, il gatto, sia tra le nostre prede, come gli ovi-caprini e il maiale.
Affinché siano resi domestici gli animali devono essere assorbiti nella struttura sociale di una comunità umana e diventare oggetto di possesso, eredità, acquisto e scambio. Il rapporto tra essere umano e animale si basa allora sulla fiducia reciproca e diventa un intervento volto a modificarne la cultura, allontanandolo dal suo ambiente originario e facendogli acquisire tutto un insieme di relazioni sociali e strategie alimentari e riproduttive.
La cultura di un animale è il prodotto dei comportamenti appresi tramandati nel corso delle generazioni dagli anziani del suo gruppo sociale, in questa dimensione ibrida noi siamo visti come membri anziani, depositari di conoscenze e strategie nuove, liberando al tempo stesso dalle necessità legate alla sopravvivenza quotidiana, offrendo cibo e protezione.
Le relazioni con gli animali, così spontanee nelle popolazioni altre, rischiano di non trovare spazi adeguati nelle nuove moderne civiltà, le cui frenesie e intolleranze tendono ad allontanarci dalla nostra stessa natura; è nostro dovere proteggere il patrimonio biologico e culturale che esse costituiscono per non permettere che si finisca avulsi dalle radici evolutive da cui originiamo, mentre il superstite mondo selvaggio si riduce ogni giorno di più in oasi sempre più lontane, anche se rese vicine dai mezzi mediatici, circondate da questa umanità soffocante.
All’esplorazione e approfondimento delle scienze etologiche e zooantropologiche e quindi alla tutela delle relazioni con gli animali è destinata ASETRA, con un approccio multidisciplinare che di per sé rappresenta una sfida.
Cominceremo forse proprio col porci la famosa domanda “come ci si sente ad essere un pipistrello? (un cane, un gatto, un…)” da cui origina l’approccio etologico cognitivo, e vedremo dove questo interrogarci ci condurrà, prima che sia tardi.


Barbara Gallicchio



 

 


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